PISTOIASETTE

L'11 Settembre 20 anni dopo: i ricordi e le testimonianze di un giorno che cambiò la storia del mondo

  • CRONACA
  • 04:00, 11/09/21
  • di Lorenzo Vannucci

Chiunque avesse raggiunto l'età della memoria si ricorda dove fosse l'11 Settembre 2001. Sei, venti, quaranta, sessant'anni: non importa l'età. L'attacco al World Trade Center, il volo che, con un cielo limpidissimo, in mondovisione, viene ripreso infilarsi nella Torre Sud con la stessa facilità con cui un coltello si infila nel burro; le esplosioni; le persone che, disperate, si affacciano alle finestre sventolando fazzoletti bianchi chiedendo aiuto; gli uomini e le donne che, per sfuggire alle fiamme, scelsero di saltare nel vuoto da altezze indicibili; il crollo delle torri; l'attacco al Pentagono; il quarto aereo precipitato in un campo perché, si scoprirà poi, i passeggeri si erano ribellati ai piani dei terroristi: sono tutte immagini nitide, che rimarranno presenti nelle menti delle generazioni allora viventi, di tutte le generazioni. C'è una canzone di una band italiana contemporanea che, in una strofa, parla di "un finale migliore / per quella puntata della Melevisione / distrutta da torri che andarono in fiamme / e bimbi che facevano domande".  Il cantante della band ha 26 anni oggi, sei allora. E' l'emblema, il paradigma, di come la tragedia che si consumò in quel giorno fu veramente universale: tutte le trasmissioni furono interrotte: 'La Melevisione' appunto, 'Sabrina Vita da Strega', 'Sentieri'. E chiunque fosse davanti ad un apparecchio televisivo non ebbe altra scelta: restò lì, fermo, a guardare quello che sembrava un film ma, invece, era la triste realtà. L'11 Settembre del 2001 i cellulari erano pochi e molto meno tecnologici di adesso, internet veniva utilizzata soprattutto per lavori di ufficio, i social network non erano ancora stati inventati: anche per questo la tragedia dell'11 Settembre ebbe un aspetto, un sentimento, di unione collettiva: perché chi non era al  sicuro nelle proprie case, quel giorno, si fermò: in ufficio, dal parrucchiere, al bar, in tabaccheria, in piscina, in spiaggia: di fronte ad immagini devastanti, immagini che facevano effettivamente presagire lo scoppio di una guerra, di fronte al susseguirsi di notizie sempre più tragiche, di fronte alla comprensione del fatto che quell'attacco era volto a colpire l'Occidente nel suo modo di vivere, le persone, giovani e vecchi, si comportarono nell'unico modo possibile per scacciare la paura: si unirono. Proprio perché tutti hanno un preciso ricordo di dove fossero in quel momento, le storie che possono essere raccontate su quella giornata sono letteralmente infinite. Sono storie di quotidianità violata, di paura irrazionale, di profonda emotività: "Ricordo come se fosse ieri - spiega Giulia, oggi 43enne - che stavo preparando un esame di anatomia. Ricordo ancora la pagina che stavo studiando. All'improvviso sento un urlo provenire dalla sala da pranzo. Un urlo secco, come quando hai paura e non sai cosa dire. All'inizio pensavo che mia nonna si fosse sentita male, corsi in sala e vidi una delle due torri crollare. Mi misi sul divano e non mi alzai fino alle nove di sera". "Io - racconta Claudia - stavo aiutando mio padre a fare il selciato davanti casa. All'improvviso la porta di casa si apre, esce mia madre che, correndo verso di noi, urla 'venite a vedere cosa sta succedendo in America'. Entrammo, vidi la televisione e, in diretta, l'aereo che colpiva la seconda terra. Mi hanno colpito soprattutto le immagini di coloro che hanno scelto di gettarsi nel vuoto tanto era drammatico quello che avevano intorno: Pensare che quelle erano persone è stato l'aspetto che mi ha colpito di più in tutta la giornata". Giulio, invece, stava finendo di lavorare in pizzeria: "Avevo 47 anni; era stata un turno duro quello del pranzo, perché avevamo avuto una festa di compleanno da cinquanta persone. Erano andati via da poco, quindi io metto in forno qualche pizza per me ed i camerieri: non le mangiammo mai: Il primo pensiero andò a mio figlio più piccolo, Simone, che era in vacanza proprio a New York. Per fortuna era da tutt'altra parte, ma ci siamo riusciti a mettere in contatto solamente la sera. Sono state ore di attesa e preoccupazione". Gabriele a New York c'era: "Ero un ragazzo, un ragazzo che non voleva far altro che inseguire il proprio sogno americano. Gli Usa era un paese luccicante, pieno di cose che la televisione ti dipingeva come bellissime ed irraggiungibili. Ero partito al buio, subito dopo aver finito le scuole superiori, alloggiato nella casa di un cugino, con l'idea di trovare un lavoro. Mi dividevo tra il lavoro di cameriere in un ristorante in China Town e il tuttofare per un bar del centro. Proprio in centro dovevo andare quella mattina: il posto per cui lavoravo era aperto h24 ed il mio turno iniziava alle 9 di mattina. Arrivai con un quarto d'ora di anticipo, perché la sera prima ero rimasto a dormire da una amica, che aveva la casa proprio lì vicino. Sentimmo un boato incredibile". "Uscimmo in strada, non capivamo: credevamo - spiega Gabriele -ci fosse stata una esplosione: da dove eravamo noi non si vedeva il World Trade Center. Pochi minuti dopo alla Tv, che nel bar stava sempre accesa, partì lo speciale della CNN. Era tutto surreale. Non sapevamo cosa fare, cosa dire. C'era panico negli occhi della gente, perché tutti noi avevamo la sensazione di non essere al sicuro. Stare nel bar, stare a casa, che differenza poteva fare? Ci vollero giorni per tornare ai ritmi della vita di prima, giorni in cui ogni sguardo aveva lo stesso identico velo di paura e dolore. In ogni caso è certo che, per chi lo ha vissuto direttamente, per New York, per gli Usa, per il mondo, c'è stato un prima ed un dopo 11 settembre".

Lorenzo Vannucci
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